A QUALE PREZZO SEI DISPOSTO A SCENDERE?

“True cost”, si chiama così il film-documentario diretto dall’americano Andrew Morgan e co-prodotto da Livia Firth (si, la moglie di Mr Darcy) presentato nel “lontano” 2015 al Festival di Cannes.
Un film drammatico, ma anche un documentario biografico, che parla di vestiti, di chi li produce e di che impatto ha sul mondo questo enorme iceberg che è l’industria tessile, del quale vediamo solo la punta emersa.
Ciò che delinea questo magnifico quanto spaventoso progetto, è una storia di avidità e paura, di potere e povertà entro il quale, a pagarne le spese, sono gli ultimi, gli invisibili, coloro la cui voce arriva a noi solo come un eco lontano. Lontanissimo.
“True cost” è un viaggio di sola andata dentro il mondo della moda che con 3 triliardi di dollari l’anno si aggiudica una medaglia d’argento nel triste podio delle industrie più inquinanti al mondo, seconda solo a quella petrolifera. Un’industria tessile che, grazie a reportage, interviste e riprese sul campo, mostra da dove partono le nostre magliette Zara; ma soprattutto, da cosa partono: povertà, dolore, ingiustizie, morte e sfruttamento.
Ho per mesi rimandato la visione di questo documentario perché sapevo quanto vedere tutto questo con i miei occhi – anche se da dietro il mio comodo schermo da 48” –mi avrebbe scossa, cambiata, fatta sentire colpevole. Ed è proprio questo a mio avviso, il valore aggiunto (e lo scopo) di questo incredibile lavoro: farci capire che siamo parte integrante di una catena di montaggio e che le nostre scelte, quali esse siano, si ripercuotono anche a mille e ancor più km di distanza.
Il radicale cambiamento della moda, che grazie alle case low cost ha permesso un incremento degli acquisti del 400% annuo, è il motivo per il quale ancora oggi, c’è chi non solo guadagna 3 dollari al giorno, ma muore tra silenziose urla e agghiacciante indifferenza.
La “Fast Fashion” ha ampliato le stagioni – da 2 all’anno a 52 (una ogni settimana) – rendendo necessario il dimezzamento dei costi di produzione al fine di avere prezzi sempre più competitivo. Ecco perché Paesi come il Bangladesh che prima nemmeno si riuscivano ad indicare sulla cartina geografica, sono diventati il vero punto di forza di queste catene low cost che, per citare qualche numero, fatturano 18 miliardi l’anno come H&M.
La domanda che bisogna porsi allora è: “quale prezzo diamo alla vita altrui?” e ancora “quanto siamo disposti a fingere di non vedere, per poter uscire con un nuovo vestito ogni sabato?”.
Che poi, com’era il detto? Ah si: “i migliori momenti della vita li passiamo senza vestiti”.
Ecco, questo magari non diciamoglielo ai familiari delle 1129 vittime morte nel crollo della fabbrica tessile “Rana Plaza”. Si, lo so che non sapete di che parlo, ecco perché dovete vedere “True cost”.

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