“L’ABORTO E’ LA PRIMA CAUSA DI FEMMINICIDIO”

“L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”. A pensarlo, dirlo, scriverlo e affiggerlo su cartelloni pubblicitari per tutta Roma è stata l’Associazione spagnola Prolife CitizenGo, già da tutti conosciuta se non altro per la sua sempre forte scelta comunicativa.
I manifesti – forse ispirati dal film “Tre manifesti a Ebbing” – non si sono però accaparrati  4 Golden Globes, bensì le critiche e le accuse di gran parte dell’opinione pubblica e della classe politica.
Affissi su spazi pubblici gestiti da proprietà private, tolti per ordine del Campidoglio nel giro di una settimana, rivendicavano – citando il Direttore della campagna Filippo Savarese – “Il diritto di opinione ed espressione tutelato dalla Costituzione”. E ancora: “Si rivendica sempre la libertà di scelta per sostenere l’aborto, ma oggi siamo noi a rivendicare la libertà di scelta per le donne che hanno diritto a essere informate correttamente sulle conseguenze sempre drammatiche dell’aborto”.
Una campagna questa, promossa in una settimana particolare che, soprattutto per le donne, doveva essere un momento di grande gioia: 40 sono infatti le candeline che in questi giorni si spengono sulla Legge 194 che di donne, dalla morte e dalla clandestinità, ne ha salvate tante.
Non la pensano così i membri di CitizenGo e i sostenitori della “Marcia della vita” che lo scorso sabato 19 Maggio sono scesi per le strade di Roma proclamando che vi è in corso “Una strage che dura 40 anni”.
Una comunicazione forte, la loro, forte e violenta che sceglie di associare femminicidio e aborto, mettendo sullo stesso piano la violenza – che di legale ha gran poco – con un diritto (tutelato dalla legge) che ha consegnato alle donne l’opportunità di dire l’ultima parola sul proprio corpo.
#stopaborto è l’hashtag che accompagna la campagna di CitizenGo, che poco ha da pubblicizzare se non la sua strumentalizzazione della figura della donna che qui appare quasi come carnefice e assassina, spazzando via in un istante anni di lotte per i suoi Diritti Civili.
Savarese non è però restato a guardare ed ha lanciato una petizione poiché l’oscuramento dei cartelloni “è’ una vergognosa censura”. Ne sentiremo ancora parlare ma ciò che è certo, è che qui di vergognoso vi è solo la manipolazione della sacra libertà di espressione in cambio di qualche ora di popolarità.
Intanto, mentre noi combattiamo queste “piccole” battaglie interne, l’Irlanda si appresta a votare, il 25 Maggio infatti tutti alle urne per il referendum sull’aborto, ben quarant’anni dopo di noi!
Ora non serve ribadire il solito concetto del  “toglietemi tutto ma non i miei diritti” no? Ah, l’ho detto? Vabbè, forse è sempre meglio ribadirlo ogni tanto.

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